Hanno sollevato molte polemiche le dichiarazioni sulla provacy rilasciate da Eric Schmidt, Ceo di Google, in relazione alla privacy e all’attività di Google. Non tanto per quello che riguarda il richiamo al Patrioct Act, il pacchetto di leggi americane approvate all’indomani dell’11 Settembre, ma su una certa auto prevenzione delle azioni di un singolo individuo in rete. Praticamente il suo intervento riassume che le persone non dovrebbero commettere azioni che non vogliono far conoscere sul web. Una dichiarazione di questo tipo apre scenari non certo confortanti sulle libertà personali, ma soprattutto ci lascia interdetti su quale sia la reale policy di Big G riguardo la nostra privacy. Mozilla invitava addirittura a lasciare Google per passare Bing, ricoscendo al motore di ricerca di Microsoft una policy molto più corretta e chiara in merito.
Dal suo blog risponde anche Bruce Schneier, guru della sicurezza informatica, autore del libro Crittografia Applicata, che ha lavorato per il Dipartimento della Sicurezza USA e ora per la British Telecom. Tra l’altro Schneier è autore di moltissimi algoritmi, fra cui il famoso Blowfish.
Egli rispolvera una dichiarazione del 2006, che chiarisce in maniera lucida ed inequivocabile la sua posizione, dando un grande contributo alla discussione sul tema della privacy.
La privacy ci protegge dagli abusi di chi detiene il potere, anche non se stiamo facendo nulla di male, al momento della sorveglianza.
Non facciamo nulla di male quando facciamo l’amore o andiamo in bagno. Non nascondiamo volutamente niente quando cerchiamo luoghi privati di riflessione o per una conversazione. Teniamo diari privati, cantiamo nella privacy della doccia, e scriviamo lettere ad amanti segreti per poi bruciarle. La privacy è un bisogno fondamentale dell’uomo.
Se osservati in tutto ciò che facciamo, siamo costantemente sotto la minaccia di correzione, giudizio, critica, persino plagio della nostra unicità. Diventiamo come figli, incatenati sotto occhi attenti, sempre timorosi che – ora o in un futuro incerto – ci lasciamo alle spalle tracce che possano essere usate contro di noi, da qualsiasi autorità che si concentri sui nostri atti una volta privati e innocenti. Perdiamo la nostra individualità, perché tutto ciò che facciamo è osservabile e registrabile.
[…]
Questa è la perdita della libertà che abbiamo di fronte, quando la nostra privacy è portata via da noi. Questa è la vita nella ex Germania dell’Est, o la vita nell’Iraq di Saddam Hussein. Ed è il nostro futuro se permettiamo a un occhio sempre invadente di accedere alle nostra vita personale e privata.
Troppi erroneamente caratterizzano il dibattito come “sicurezza contro privacy”. La vera scelta è libertà contro controllo. La tirannia, se sotto la minaccia di un attacco straniero o sotto costante controllo interno, è sempre la tirannia. La libertà richiede sicurezza senza intrusione, sicurezza più privacy. La sorveglianza diffusa della polizia è la definizione stessa di uno stato di polizia. Ed è per questo che dobbiamo reclamare privacy anche quando non abbiamo nulla da nascondere.
Personalmente vorrei sbagliarmi ma all’orizzonte vedo qualcosa di inquietante nella parole di uno dei massimi esponenti di Google. Si sta svolgendo una battaglia fra free e pay, vista la decisione di Murdoch e le nuove alleanze che si stanno dispiegando. Se Google è il campione del free quanto ci costerà tutto questo in termine di libertà personale?