Si è chiuso ieri il tredicismo Hackmeeting di Roma, appuntamento capitolino di hacker e blogger, tenutosi presso il centro sociale La Torre. Come sempre interessante e ricco di spunti, anche perchè rimasto uno dei pochi appuntamenti liberi dal mercato, anche se il mercato guarda attentamente queste manifestazione, magari in incognito!
Seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo. Per discutere di social network, software libero e tecniche di programmazione. Lo spazio autogestito, non è una scelta casuale, come non lo è il commercio ecosolidale: l’organizzazione dell’evento segue infatti la stessa filosofia di più larga partecipazione. Attiva è una mailing list in cui i partecipanti possono approfondire i temi trattati nei seminari. La prospettiva è quella della condivisione, di un movimento vicino a quello dell’Open Source, dei codici sorgente libero.
“L’hackmeeting è l’incontro delle comunità, delle controculture digitali e non», spiega uno degli organizzatori, Deckard «e delle individualità che si pongono in maniera critica e propositiva rispetto all’avanzare delle nuove tecnologie, sempre più legate a doppio filo al controllo sociale, alle imprese belliche e alla commercializzazione di ogni spazio vitale».
Tra i temi trattati, crittografia (tecniche per spedire email private), Drm (digital rights restrictions, usati per impedire la copia di file audio e video), file sharing, applicazioni free software per l’ambito scientifico e accademico, riciclo di vecchi computer, reti mesh (infrastrutture di telecomunicazioni costruite dal basso e libere dal controllo).
Una delle cose più interessanti è stato il dibattito intorno alla programmazione, cioè la scrittura del codice sorgente, sotto un punto di vista differente. Vista sempre come un’attività molto tecnica, ripetitiva, fredda, legata alla logica e alla matematica, la programmazione è stata esaminata in un interessante seminario Programmare è come narrare?, tenuto da Stefano Penge e Maurizio Mazzoneschi.
«Il continente di cui vogliamo parlare è quello dei codici sorgente dei programmi», dicono. «Più di 50 anni di letteratura, più di 50 lingue diverse. Un corpus di testi dalle dimensioni quantitative enormi: l’archivio su web più noto di software OpenSource, SourceForge.net, contiene quasi un milione di “libri” diversi relativi solo agli ultimi 5 anni. Eppure nessun’indagine, nemmeno di ricognizione, è stata condotta finora da un punto di vista linguistico, stilistico, retorico. Quello che stiamo cercando di fare è trovare un posto a questo continente all’interno della cartografia, accanto ai territori più noti in cui si sono incontrate (persone e) discipline tanto diverse come linguistica e informatica; poi cercheremo di capire il perché di questo lungo nascondimento, e proveremo a immaginare l’apocalissi, cioè di modi concreti di comunicare la nostra scoperta al mondo». Programmazione come narrazione. La riflessione arriva fino a ipotizzare che anche quando i linguaggi di programmazione vengono scritti per finalità tecniche in realtà nascondono, a livello inconscio, degli intenti narrativi e comunque una struttura stilistica propria che risente della preparazione culturale di chi scrive, che dà vita a lessici, sintassi, forme di impaginazione uniche ed irripetibili.
Altro tema forte è stato il controllo, di cui si è parlato in Paranoia in practice: strumenti di controllo, strumenti di difesa, una panoramica sui metodi di controllo con le tecnologie disponibili, su come evitarle. Seguendolo, si capisce come telecamere, carte magnetiche, telefonini e social network monitorano ogni aspetto della vita di tutti e la registrano.
Si è portato l’esempio di sala sistema Roma, la centrale che controlla tutte le oltrwe 5000 telecamere presenti nella capitale, da cui si può esaminare automaticamente il contenuto di migliaia di immagini al minuto, e ricevere perfino i video in diretta dalle telecamere montate sugli autobus. Una struttura in grado, quindi, di seguire un cittadino tutta la giornata in ogni punto della città. Così la capitale diviene uno spazio di vita controllato tipico delle aree di prigionia, una comunità sotto controllo che perde il diritto alla privacy. Ma altri strumenti di controllo sono ormai dati per scontati: gli acquisti fatti con bancomat e carte di credito forniscono un profilo delle attività di ognuno, le “fidelity card” dei supermercati danno l’elenco delle abitudini e dei gusti personali, il cellulare tiene traccia di ogni spostamento e il provider internet registra ogni mail e ogni sito visitato, annotando tempi e quantità. L’oratore, Ciaby in questo caso, si spinge più in là: «Siamo noi stessi a offrire spontaneamente una mole enorme di dati al Grande Fratello: pubblichiamo le nostre foto su internet, mettiamo a disposizione il contenuto delle nostre mail in cambio di una pubblicità mirata, e offriamo persino la mappa completa delle nostre relazioni personali, indicando amicizie, conoscenze, affetti».
«Le tecnologie rappresentano però sono anche un grande strumento di resistenza», continua Deckard, «Basta studiare un po’ come funziona tutto questo per individuare sistemi concreti per sottrarsi al controllo: per esempio evitare le carte sconti nei supermercati e criptare la posta elettronica con alcuni programmi disponibili in rete…La tecnologia si può anche usare per rovesciare i mezzi e i modi della produzione, ridando valore alla collaborazione, al bene collettivo e alla condivisione. Così è nato il software libero, che ha dimostrato che si possono scrivere programmi e sistemi operativi migliori e più efficienti di quelli prodotti dalle grandi multinazionali semplicemente dando valore alle persone invece che ai soldi».