Open Source

08-07-2010

IBM sceglie Firefox

Bob Sutor, vice presidente IBM per l’Open Source e Linux, ha annunciato in un comunicato che la sua azienda passerà a Mozilla Firefox quale browser di default per i suoi dipendenti. Al di là delle 40.000 postazioni che ora useranno il browser della volpe la notizia segna un punto importante nella guerra dei browser.
IBM, comunemente detta Big Blue, è uno di quei marchi che hanno fatto, a torto o a ragione, la storia della tecnologia. Non è nuova a mosse del genere. Quando ad un certo punto della sua storia ha iniziato a finanziare gli sviluppatori di Linux, per avere dei server migliori, la scelta si dimostrò vincente. Tanto che IBM cambiò la sua fisionomia, lasciando la produzione di computer alla cinese Lenovo e concentranosi sulla consulenza e sui servizi aziendali.
La scelta ora si basa sullo sviluppo dei servizi cloud, in cui IBM vede la sua prossima frontiera, e vede Firefox come il browser migliore per perseguire i suoi obiettivi, soprattutto perchè ha un’ottima performance negli standard. Cosa vuol dire questo per la Mozilla Foundation? Significa uscira dalla fama si essere oggetto di geek e smanettoni ed entrare nell’era adulta, diventare affidabile per una delle più grandi aziende. La possibilità di usare questa nuova reputazione come leva di marketing è induscutibile. A mio avviso Firefox rimane non solo un gran browser, ma soprattutto quello che incarna meglio di tutti lo spirito del web in questo momento: la totale personalizzazione con il suo sistema di add-on ed estensioni. Alla fine Safari di Apple, Chrome di Google, IE di Microsoft o il norvegese Opera (l’unica che però incarna lo spirito della leggerezza del web) restano creature che non hanno fatto una scelta definitiva.

05-07-2010

Roma Hackmeeting 2010: Programmare è Narrare?

Si è chiuso ieri il tredicismo Hackmeeting di Roma, appuntamento capitolino di hacker e blogger, tenutosi presso il centro sociale La Torre. Come sempre interessante e ricco di spunti, anche perchè rimasto uno dei pochi appuntamenti liberi dal mercato, anche se il mercato guarda attentamente queste manifestazione, magari in incognito!
Seminari, giochi, feste, dibattiti, scambi di idee e apprendimento collettivo. Per discutere di social network, software libero e tecniche di programmazione. Lo spazio autogestito, non è una scelta casuale, come non lo è il commercio ecosolidale: l’organizzazione dell’evento segue infatti la stessa filosofia di più larga partecipazione. Attiva è una mailing list in cui i partecipanti possono approfondire i temi trattati nei seminari. La prospettiva è quella della condivisione, di un movimento vicino a quello dell’Open Source, dei codici sorgente libero.
L’hackmeeting è l’incontro delle comunità, delle controculture digitali e non», spiega uno degli organizzatori, Deckard «e delle individualità che si pongono in maniera critica e propositiva rispetto all’avanzare delle nuove tecnologie, sempre più legate a doppio filo al controllo sociale, alle imprese belliche e alla commercializzazione di ogni spazio vitale».
Tra i temi trattati, crittografia (tecniche per spedire email private), Drm (digital rights restrictions, usati per impedire la copia di file audio e video), file sharing, applicazioni free software per l’ambito scientifico e accademico, riciclo di vecchi computer, reti mesh (infrastrutture di telecomunicazioni costruite dal basso e libere dal controllo).

Una delle cose più interessanti è stato il dibattito intorno alla programmazione, cioè la scrittura del codice sorgente, sotto un punto di vista differente. Vista sempre come un’attività molto tecnica, ripetitiva, fredda, legata alla logica e alla matematica, la programmazione è stata esaminata in un interessante seminario Programmare è come narrare?, tenuto da Stefano Penge e Maurizio Mazzoneschi.

«Il continente di cui vogliamo parlare è quello dei codici sorgente dei programmi», dicono. «Più di 50 anni di letteratura, più di 50 lingue diverse. Un corpus di testi dalle dimensioni quantitative enormi: l’archivio su web più noto di software OpenSource, SourceForge.net, contiene quasi un milione di “libri” diversi relativi solo agli ultimi 5 anni. Eppure nessun’indagine, nemmeno di ricognizione, è stata condotta finora da un punto di vista linguistico, stilistico, retorico. Quello che stiamo cercando di fare è trovare un posto a questo continente all’interno della cartografia, accanto ai territori più noti in cui si sono incontrate (persone e) discipline tanto diverse come linguistica e informatica; poi cercheremo di capire il perché di questo lungo nascondimento, e proveremo a immaginare l’apocalissi, cioè di modi concreti di comunicare la nostra scoperta al mondo». Programmazione come narrazione. La riflessione arriva fino a ipotizzare che anche quando i linguaggi di programmazione vengono scritti per finalità tecniche in realtà nascondono, a livello inconscio, degli intenti narrativi e comunque una struttura stilistica propria che risente della preparazione culturale di chi scrive, che dà vita a lessici, sintassi, forme di impaginazione uniche ed irripetibili.

Altro tema forte è stato il controllo, di cui si è parlato in Paranoia in practice: strumenti di controllo, strumenti di difesa, una panoramica sui metodi di controllo con le tecnologie disponibili, su come evitarle. Seguendolo, si capisce come telecamere, carte magnetiche, telefonini e social network monitorano ogni aspetto della vita di tutti e la registrano.
Si è portato l’esempio di sala sistema Roma, la centrale che controlla tutte le oltrwe 5000 telecamere presenti nella capitale, da cui si può esaminare automaticamente il contenuto di migliaia di immagini al minuto, e ricevere perfino i video in diretta dalle telecamere montate sugli autobus. Una struttura in grado, quindi, di seguire un cittadino tutta la giornata in ogni punto della città. Così la capitale diviene uno spazio di vita controllato tipico delle aree di prigionia, una comunità sotto controllo che perde il diritto alla privacy. Ma altri strumenti di controllo sono ormai dati per scontati: gli acquisti fatti con bancomat e carte di credito forniscono un profilo delle attività di ognuno, le “fidelity card” dei supermercati danno l’elenco delle abitudini e dei gusti personali, il cellulare tiene traccia di ogni spostamento e il provider internet registra ogni mail e ogni sito visitato, annotando tempi e quantità. L’oratore, Ciaby in questo caso, si spinge più in là: «Siamo noi stessi a offrire spontaneamente una mole enorme di dati al Grande Fratello: pubblichiamo le nostre foto su internet, mettiamo a disposizione il contenuto delle nostre mail in cambio di una pubblicità mirata, e offriamo persino la mappa completa delle nostre relazioni personali, indicando amicizie, conoscenze, affetti».

«Le tecnologie rappresentano però sono anche un grande strumento di resistenza», continua Deckard, «Basta studiare un po’ come funziona tutto questo per individuare sistemi concreti per sottrarsi al controllo: per esempio evitare le carte sconti nei supermercati e criptare la posta elettronica con alcuni programmi disponibili in reteLa tecnologia si può anche usare per rovesciare i mezzi e i modi della produzione, ridando valore alla collaborazione, al bene collettivo e alla condivisione. Così è nato il software libero, che ha dimostrato che si possono scrivere programmi e sistemi operativi migliori e più efficienti di quelli prodotti dalle grandi multinazionali semplicemente dando valore alle persone invece che ai soldi».

22-06-2010

Le parole di Ory Okolloh, mente di Ushahidi

Ory Okolloh, era un avvocato importante negli Usa, lavorava nello studio del presidente Barack Obama, e proprio a lui ha detto no, quando si era presentata l’occasione di seguirlo nella sua carriera politica. Quando gli è stato chiesto il perchè della sua scelta, lei non ha usa molti giri di parole, ha detto solamenete:”Kenya’s first”. Dopo ha creato Ushahidi.
Con orgoglio ci siamo già occupati di Ushahidi, il software open source made in Africa usato per le emergenze ed ora adottato anche dall’amministrazione USA.
Nata a Nairobi, ora vive a Johannesburg, e come tanti giovani africani di buoni studi e solido avvenire è stata costretta ad andarsene, ma il suo paese le è rimasto sempre in mente. E infatti allarga il sorriso ma ci dice seria: «Ho sempre saputo che avrei fatto qualcosa di grande». Le premesse se le è costruite da sé. Scuole pubbliche, liceo a Nairobi, maturità impeccabile e università negli States: prima a Pittsburgh, poi alla Law School di Harvard. «Dopo la laurea mi chiamarono da Covington & Burling, il più celebre studio legale della capitale, quello da cui proviene Eric Holder, l’avvocato nero che Obama ha scelto come ministro della Giustizia».
«Ho pensato: se metto piede in quello studio mi farò divorare dall’ambizione, dimenticherò il Kenya e non avrò più tempo per curare il mio blog». Detto, fatto. È così che una ministro in erba lascia Washington, torna a Nairobi e si ritrova alle prese con le violenze tribali che sconvolgono il suo paese all’indomani delle elezioni politiche di fine 2007. Come dire la persona giusta, al posto giusto, nel momento giusto per diventare una star del web 2.0.
Così Ory torna in Kenya, proprio alla vigilia delle elezioni di sangue, che vedranno violentissimi scontri fra fazioni rivali, ma che nascondono gli interessi di due potenze in contrasto fra loro: Cina e Stati Uniti. All’inizio del 2008 i blogger kenioti sono pochi ma si conoscono tutti. “Any techies out there?”. Okolloh lancia il suo appello, e i techies – come anche a Nairobi vengono chiamati gli smanettoni del web – rispondono in fretta mettendo a punto il software che cambia le carte in tavola, rivoluziona tempi e modi dell’intervento umanitario e proietta l’Africa profonda sull’ultima onda della rivoluzione digitale. Mentre il paese viene percorso dall’odio, una pattuglia di giovani programmatori decide che è ora di accendere la luce: bisogna far sapere cosa e dove accade, quali sono le città in fiamme, dove si accumulano i morti, in che villaggi si segnalano le prime iniziative di pace. Delusione, rabbia, creatività e competenza sono gli ingredienti del mashup sociale e tecnologico che il 9 gennaio 2008 fa debuttare in Rete Ushahidi, parola che in lingua swahili significa “testimone”, ma che nel gergo del web e delle agenzie internazionali da due anni vuol dire semplicemente “lo strumento migliore per fronteggiare crisi umanitarie di qualsiasi tipo”.

In Kenya, a cavallo tra 2007 e 2008, Ushahidi è servito soprattutto ad aggirare la censura, che prima aveva oscurato lo scrutinio dei voti e poi silenziava la conta dei morti. Ad Haiti la piattaforma made in Nairobi è scesa in campo a due ore dal sisma per raccogliere le voci di chi era prigioniero sotto le macerie, o per segnalare che “in via Delmas 95 dei rapinatori stanno portando via tutto”, o che “all’orfanotrofio Foyer de Sion di Fontamara 150 bambini hanno urgente bisogno d’acqua”. Che sia la Croce Rossa o il Dipartimento di Stato, chiunque debba farsi largo in fretta per portare soccorso in territorio sconosciuto, da qualche tempo ha a disposizione uno strumento affidabile che valorizza la più preziosa delle fonti: la voce di chi è nell’occhio del ciclone. Non è un caso che alle mappe di Ushahidi sia ricorso anche il Washington Post alle prese con Snowmageddon, la tempesta di neve che ha investito l’East Coast nell’inverno 2010: nel mondo liberato dalla Rete può accadere che il quotidiano della capitale della superpotenza globale usi un software open source africano per segnalare che “a tutt’oggi nessuno ha spazzato il marciapiede di Pennsylvania Avenue dalla Settima alla Nona North West».

Da quando è stato messo online, Ushahidi ha mappato gli scontri xenofobi in Sudafrica, i massacri di Gaza per Al Jazeera, la guerra civile in Congo, il terremoto del Cile, ma anche la vita artistica di Nairobi, la penuria di farmaci in Africa Orientale, le elezioni in Afghanistan e in India, e tanti altri eventi che hanno lasciato tracce meno marcate nella memoria globale. Il software nato a Nairobi – e cresciuto grazie al generoso contributo della charity del fondatore di eBay Pierre Omidyar – è a disposizione di chiunque voglia tenere d’occhio qualcosa: «Cerchiamo di monitorarne l’uso», spiega Okolloh. «Ma Ushahidi è libero e open source, basta entrare nella nostra home page e perdere un paio d’ore per scaricarne il programma».

12-06-2010

Ubuntu per i tablet, Jobs infastidito

Nel momento d’oro dei tablet anche Ubuntu sarà della partita. La nuova distribuzione del sistema di Linux, totalmente open spource, sta per essere sviluppata in versione Light da Canonical. Ubuntu Linux è un sistema operativo amato, molto utilizzato e noto per essere “adattabile” a qualsiasi tipo di dispositivo vogliate.

ubuntu_wallpaper_1024x768-300x225Questo “Ubuntu Light”, sarà arricchito da gesture multitouch e da una tastiera virtuale apposita. Basato su Ubuntu 10.10 “Maverick Meerkat,” la versione per tablet verrà rielaborata in Ubuntu Light pià tardi, dato che attualmente la compagnia è impegnata nello stringere accordi per la sezione hardware con Freescale, Marvell e Texas Instruments, con i quali sussistono già partnership e cercando di coinvolgere Intel e Pixel Qi per ciò che riguarda gli aspetti di energy saving.

Secondo Chris Kenyon, vice presidente del reparto OEM di Canonical, i primi tablet con Ubuntu OS saranno disponibili dall’inverno 2011. Kenyon si è limitato a tornare sui soliti argomenti quando ha cercato di indicare i punti forti del progetto (bassi consumi, supporto alle più famose applicazioni, ottimizzazione delle risorse hardware e supporto al multi-touch) ma i buoni rapporti agganciati da Canonical con i principali chip makers del settore (Freescale, Texas Instruments e Marvell, per quel che riguarda gli Arm, ma anche Intel e Pixel Qi) lasciano aperta ogni ipotesi.
Pare che Jobs, il leader macsimo, si sia detto infastidito dalla vicenda. Anche perchè da poco ha dovuto affrontare una vicenda legata a linux e all’iPhone. Infatti la FSF – Free Software Foundation, stava per far citare in tribunale la Apple per violazione contrattuale. Oggetto del contendere un’applicazione del gioco cinese GO! presente su iTunes. Essendo open source l’applicazione seguiva il principio della non limitazione del dowload, cosa che andava totalemente in contrasto con le regole del mondo application di Apple. Dopo le minacce dell’FSF l’applicazione è letteralmente scomparsa dallo Store della mela.

10-06-2010

Ushahidi, software d’emergenza made in Kenya

Ci sono notizie che mettono di buon umore e che sei fiori di dare. Come questa che riguarda Ushahidi, un software stile social network, creato in Kenya per essere utilizzato nelle emergenze. E’ stato realizzato da alcuni ragazzi del paese africano proprio durante l’emergenza degli scontri post elettorali allo scopo di salvare più vite possibili.
ushahidi_button4_200Ushahidi significa testimone in lingua Swahili ed offre una gamma di applicazioni che mettono gli utenti in condizione di interagire con la piattaforma per mezzo di terminali mobili, email e altre pratiche di connessione web. Un altro caso di crowdsourcing che svela il lato profondamente umano di questo concetto. Si tratta di creare un passaparola che possa far condividere informazioni, offerte e richieste di aiuti.
La piattaforma, che era stata approntata in quell’occasione per consentire agli utenti della rete di fornire aggiornamenti in tempo reale e condividere notizie sui casi di violenza che si verificavano nell’area, è ora disponibile in open source, per permettere a chiunque vorrà servirsene, di adattarla alle necessità di servizio che possono verificarsi in diverse regioni del mondo. Una tecnologia di cui ciascun individuo o organizzazione potrà disporre per creare un sistema rapido di raccolta delle informazioni provenienti dalla base.
E’ stata usata poi nelle violenti piogge che hanno colpito il Messico e nel terremoto di Haiti.
Un grande strumento che viene dall’Africa.

24-05-2010

Ma Google è davvero Open?

Google sta prensentando alla sua conference annuale, I/O, dove presenta anche una valanga di novità, da Android 2.2 a quelle di Buzz, ennesino maldestro tentativo di fare social e di Wave. Uno dei guru della comunità del sotware free, Richard Stallman, commenta la nuova tendenza.
Richard Stallman è uno di quei personaggi senza il quale la storia dello sviluppo software sarebbe più povera. Un guru che ha sempre creduto nel software libero e nell’open source.

Stallman afferma che Google si orienta al software libero perchè spinta dalle pressioni della comunità degli sviluppatori e degli utenti, però ci ricorda anche come i servizi di Google raccolgono molti dati su di noi. Su Apple una parola pesante, definendolà nasty riguardo la libertà, commento tutt’altro che lunsighiero.
Per chi non avesse dimistichezza con Stallman inseriamo anche un secondo video dove lui stesso spiega il suo pensiero. Su questo sono presenti i sottotitoli.

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Passaporto online, a Roma pronto in 3 giorni

A Roma richiedere il passaporto è diventato semplice e veloce, tre giorni ed è pronto.

Attacco Hacker per iTunes e Youtube!

Sotto attacco YouTube ed iTunes

Roma Hackmeeting 2010: Programmare è Narrare?

Si è chiuso la tredicisima edizione dell’HackMeeting di Roma, come sempre interessantissimo

Che mondo sarebbe senza Google?

Sul web si discute su come sarebbe il mondo senza Google

Ubuntu per i tablet, Jobs infastidito

Ubuntu per i tablet.

iPhone4, lo mettiamo subito in sfida!

iPhone4 ed il reality degli smartphone.

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