Sono solo un paio di giorni che il blog ufficiale di Google ha lanciato Living Stories, nuovo servizio per seguire gli appronfondimenti delle notizie che noi riteniamo più interessanti. Prima di tutto Google ha fatto una scelta di campo importante, rendere il codice di Living Storie completamente Open Source, quindi disponibile per gli editori.
Ancora non ha suscitato un forte interesse in rete, ma a nostro avviso Living Stories, potrebbe essere una buona partenza per rispondere a Murdoch e alla sua scelta di far uscire i suoi giornali da Google News. Ma andiamo in dettaglio.
Google Living Stories è un nuovo sistema per fruire dei contenuti (per ora solo quelli del New York Times e del Washington Post) e si basa su queste 3 logiche:
Tutto in un solo posto: la copertura completa di un determinato argomento viene offerta “in divenire”, raggruppata insieme sotto ad un unico URL ed aggiornata ogni volta che escono post sull’argomento prescelto. Puoi navigare facilmente fra gli articoli, le opinioni e le varie funzionalità, senza aspettare i lunghi caricamenti delle pagine. In questo modo si supera il concetto di ricerca e di Google Alerts.
E’ a metà fra il newsmastering e l’articolo aggiornato in continuo e si possono ricevere gli aggiornamenti via email o via feed.
Facile da esplorare: per ogni argomento è presente un riassunto degli sviluppi attuali e anche una timeline interattiva per gli eventi cruciali. Gli argomenti possono essere esplorati in basi ai temi, ai protagonisti più significativi o agli elementi multimediali. Certamente non uscirai mai da Google, anche se i contenuti provengono da altri parti, ma tu rimani sempre nella stessa piattaforma.
Intelligente da leggere: gli aggiornamenti relativi all’argomento sono evidenziati ogni volta che ritorni, e le vecchie notizie vengono riassunte. In questo modo non c’è bisogno di dover ripercorre tutto la storia dell’argomento.
Per ora non include pubblicità: ci sono solo contenuti “puri”. OK, è un “esperimento”, ma qui vengono estratti gli articoli dai due siti, inseriti in un nuovo contenitore, e non c’è traccia di un banner, nè di quelli “nativi” dei due siti, nè di AdSense. Ma allora perchè un editore dovrebbe farlo. Credo che Google stia pagando i contenuti, in questo potrebbe avere inventato un sistema per monetizzare i contenuti dei giornali per fare comunque rimanere i suoi utenti all’interno della sua piattaforma. Sta di fatto che il Washington Post ed il New York Times non sono enti di beneficenza.
Beh, se fossi un editore italiano gli darei subito un’occhiata!