22-06-2010

Le parole di Ory Okolloh, mente di Ushahidi

Ory Okolloh, era un avvocato importante negli Usa, lavorava nello studio del presidente Barack Obama, e proprio a lui ha detto no, quando si era presentata l’occasione di seguirlo nella sua carriera politica. Quando gli è stato chiesto il perchè della sua scelta, lei non ha usa molti giri di parole, ha detto solamenete:”Kenya’s first”. Dopo ha creato Ushahidi.
Con orgoglio ci siamo già occupati di Ushahidi, il software open source made in Africa usato per le emergenze ed ora adottato anche dall’amministrazione USA.
Nata a Nairobi, ora vive a Johannesburg, e come tanti giovani africani di buoni studi e solido avvenire è stata costretta ad andarsene, ma il suo paese le è rimasto sempre in mente. E infatti allarga il sorriso ma ci dice seria: «Ho sempre saputo che avrei fatto qualcosa di grande». Le premesse se le è costruite da sé. Scuole pubbliche, liceo a Nairobi, maturità impeccabile e università negli States: prima a Pittsburgh, poi alla Law School di Harvard. «Dopo la laurea mi chiamarono da Covington & Burling, il più celebre studio legale della capitale, quello da cui proviene Eric Holder, l’avvocato nero che Obama ha scelto come ministro della Giustizia».
«Ho pensato: se metto piede in quello studio mi farò divorare dall’ambizione, dimenticherò il Kenya e non avrò più tempo per curare il mio blog». Detto, fatto. È così che una ministro in erba lascia Washington, torna a Nairobi e si ritrova alle prese con le violenze tribali che sconvolgono il suo paese all’indomani delle elezioni politiche di fine 2007. Come dire la persona giusta, al posto giusto, nel momento giusto per diventare una star del web 2.0.
Così Ory torna in Kenya, proprio alla vigilia delle elezioni di sangue, che vedranno violentissimi scontri fra fazioni rivali, ma che nascondono gli interessi di due potenze in contrasto fra loro: Cina e Stati Uniti. All’inizio del 2008 i blogger kenioti sono pochi ma si conoscono tutti. “Any techies out there?”. Okolloh lancia il suo appello, e i techies – come anche a Nairobi vengono chiamati gli smanettoni del web – rispondono in fretta mettendo a punto il software che cambia le carte in tavola, rivoluziona tempi e modi dell’intervento umanitario e proietta l’Africa profonda sull’ultima onda della rivoluzione digitale. Mentre il paese viene percorso dall’odio, una pattuglia di giovani programmatori decide che è ora di accendere la luce: bisogna far sapere cosa e dove accade, quali sono le città in fiamme, dove si accumulano i morti, in che villaggi si segnalano le prime iniziative di pace. Delusione, rabbia, creatività e competenza sono gli ingredienti del mashup sociale e tecnologico che il 9 gennaio 2008 fa debuttare in Rete Ushahidi, parola che in lingua swahili significa “testimone”, ma che nel gergo del web e delle agenzie internazionali da due anni vuol dire semplicemente “lo strumento migliore per fronteggiare crisi umanitarie di qualsiasi tipo”.

In Kenya, a cavallo tra 2007 e 2008, Ushahidi è servito soprattutto ad aggirare la censura, che prima aveva oscurato lo scrutinio dei voti e poi silenziava la conta dei morti. Ad Haiti la piattaforma made in Nairobi è scesa in campo a due ore dal sisma per raccogliere le voci di chi era prigioniero sotto le macerie, o per segnalare che “in via Delmas 95 dei rapinatori stanno portando via tutto”, o che “all’orfanotrofio Foyer de Sion di Fontamara 150 bambini hanno urgente bisogno d’acqua”. Che sia la Croce Rossa o il Dipartimento di Stato, chiunque debba farsi largo in fretta per portare soccorso in territorio sconosciuto, da qualche tempo ha a disposizione uno strumento affidabile che valorizza la più preziosa delle fonti: la voce di chi è nell’occhio del ciclone. Non è un caso che alle mappe di Ushahidi sia ricorso anche il Washington Post alle prese con Snowmageddon, la tempesta di neve che ha investito l’East Coast nell’inverno 2010: nel mondo liberato dalla Rete può accadere che il quotidiano della capitale della superpotenza globale usi un software open source africano per segnalare che “a tutt’oggi nessuno ha spazzato il marciapiede di Pennsylvania Avenue dalla Settima alla Nona North West».

Da quando è stato messo online, Ushahidi ha mappato gli scontri xenofobi in Sudafrica, i massacri di Gaza per Al Jazeera, la guerra civile in Congo, il terremoto del Cile, ma anche la vita artistica di Nairobi, la penuria di farmaci in Africa Orientale, le elezioni in Afghanistan e in India, e tanti altri eventi che hanno lasciato tracce meno marcate nella memoria globale. Il software nato a Nairobi – e cresciuto grazie al generoso contributo della charity del fondatore di eBay Pierre Omidyar – è a disposizione di chiunque voglia tenere d’occhio qualcosa: «Cerchiamo di monitorarne l’uso», spiega Okolloh. «Ma Ushahidi è libero e open source, basta entrare nella nostra home page e perdere un paio d’ore per scaricarne il programma».

Scritto da Simone Corami. nessun commento

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