29-01-2010

E lecito spiare chi fa peer to peer? Lo scontro Telecom-FAPAV

Lo scontro fra Telecom e FAPAV arriva in tribunale. L’udienza è stata fissata il 10 febbraio, al tribunale civile di Roma, e ormai la polemica si è allargata a tanti soggetti e ai massimi sistemi dei diritti di internet. Il Garante della Privacy ha deciso di costituirsi in giudizio, per difendere i diritti degli utenti italiani.
Ricapitoliamo la vicenda
Fapav (Federazione Anti Pirateria Audio Visiva) chiede al giudice di imporre a Telecom Italia due cose: di ostacolare le attività pirata dei propri utenti e di filtrare alcuni siti; qualota Telecom non lo facesse dovrà pagare 10 mila euro per ogni giorno di inadempienza. “Insomma, mira a trasformare gli operatori internet in sceriffi della rete, a caricarli di una responsabilità, su quello che fanno i loro utenti – dichiara Nuti, presidente Aiip (Associazione Italiana Internet Provider) – ma è una posizione che minaccia i diritti della rete, tutelati invece dalla direttiva comunitaria del commercio elettronico del 2003, dov’è ribadita la non responsabilità dei fornitori di servizi”. Nuti vede lo stesso intento anche nel famoso Decreto Romani: “Vediamo una serie di mosse contro questo diritto: anche nel decreto Romani, dove si abilitano le autorità a obbligare i fornitori a bloccare contenuti audio-video presenti su internet“. Nel ricorso presentato da Fapav al tribunale si legge che sono stati monitorati “centinaia di migliaia” di utenti Telecom Italia e che di loro sono state scoperte due cose: quali film hanno scaricato e condiviso e persino su quali siti hanno navigato. Sempre Nuti afferma quale sarà linea di Aiip in tribunale: “Secondo noi Fapav non ha solo trasgredito le norme della privacy, ma anche il codice penale: per scoprire quelle cose ha violato il domicilio informatico degli utenti, reato punibile con carcere fino a sei anni ed è grave la seconda azione, l’aver scoperto i siti degli utenti. Un’informazione che nemmeno l’operatore può conoscere”.
dipietroMa veniamo al consueto aggiornamento sul Decreto Romani, mentre le adesioni per le azioni di protesta al decreto aumntano. Oggi Antonio Di Pietro non ha usato mezze misure dal suo blog, dicharando che: “Il Parlamento sta esaminando in questi giorni il decreto Romani. Il provvedimento è sostanzialmente un attacco del Governo nei confronti di Sky e della Rete per ostacolare la concorrenza a Mediaset. Le disposizioni stabiliscono che le dirette streaming verranno equiparate alle dirette televisive e quindi sottoposte ad una autorizzazione obbligatoria con tutti i vincoli che ne conseguono. Inoltre si prevede l’oscuramento da parte del Garante che interviene sui provider di tutti quei canali video (compreso YouTube) sui quali verranno riscontrate eventuali violazioni del copyright”.
Di Pietro chiede modifiche sostanziali al decreto altrimenti l’IDV chiederà il ritiro dello schema del decreto.
Paolo Romani ha dichiarato che ci saranno modifiche e chiarimenti sul decreto riguardo Internet ed il cinema, ma rimarrà tutto uguale per tv satellitare e pay.
Ma che ne pensa Mediaset di tutto questo? Oggi proprio i rappresentanti del gruppo della famiglia Berlusconi era in audizione presso la Commisione del Senato che si occupa del decreto.
Gina Nieri, consigliere d’amministrazione di Mediaset e responsabile degli affari legali e istituzionali del gruppo di Cologno Monzese, a margine dell’audizione ha rilevato che “…la scelta del decreto Romani è stata quella di non aumentare al 20% gli affollamento pubblicitari, come la direttiva comunitaria avrebbe permesso. Da questo punto di vista non peggiora niente, poteva allargare e non ha allargato; danni non ne abbiamo”.
Per quanto riguarda la riduzione graduale dal 18 al 12% del tetto all’affollamento pubblicitario per le pay tv, Mediaset è del parere che “per gli editori sarebbe meglio la libertà” piuttosto che dover “graduare” la pubblicità “all’interno di un limite dato”. Neanche qui hanno danni, visto che sono molto lontani da quota 12%.
Ricordiamo che le tv del gruppo della famiglia Berlusconi già raccolgono il 63,8% della pubblicità tv, vista che la Rai ha comunque un tetto alla raccolta pubblicitaria vista la natura di servizio pubblica.

Scritto da Simone Corami. 1 commento
  1. Digital Economy Bill, anche il Regno Unito chiude Internet « 9 aprile 2010 - 12:25

    [...] pare, senza alcun processo e possibilità di difesa da parte degli utenti. Come nel caso della FAPAV contro Telecom Italia: chi garantisce la correttezza dei dati raccolti? Società private o l’autorità di [...]

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