In Cina arriva il divieto a singoli cittadini di poter comprare un dominio e creare il proprio sito web. La stretta verso i social network alla fine falcidia anche l’Iran dopo le minacce dell’ayatollah Khamenei che aveva dichiarato di voler spazzare l’opposizione. E in Italia?
Anche da noi stanno nascendo, o meglio rinanscendo, tentazioni autoritarie che portino ad una stretta sui social network. Nonostante le parole distensive del ministro Maroni, che non prevede leggi speciali contri Facebook ed il web, serpeggia in certi ambienti del nostro paese l’opinione che il web vada fermato. Un clima che è visibile soprattutto nei media tradizionali – l’altra sera tornato a casa ho visto una discussione a Porta a Porta, il programma di Bruno Vespa, dal titolo, L’Odio corre in Internet. La tv non ha mai amato la rete, sopratutto perchè ha diminuito la sua autorità come fonte di informazione e di intrattenimento, portando via molte quote di spettatori. Ma cosa fa veramente paura: la rete oppure l’esercizio del pensiero senza possibilità di controllo, o ancora, la possibilità di poter replicare ed interagire?
Nel mondo prendono sempre più forza le attività di filtering, la chiusura di argomenti e siti ritenuti sconvenienti dalle autorità. Il primo scalino del “filtering” è che presso i punti di ingresso del traffico di rete nel paese viene istituito un registro dei siti, consultabili all’estero, che diventano così destinazioni alle quali non si accede. In Italia esiste da anni e non solo per contenuti sui quali nessuno obietta – come la pedofilia – ma anche per i giochi di azzardo on line e per le scommesse. Provatevi a scommettere su un sito che non sia stato approvato dallo Stato italiano: non ci riuscirete perché, semplicemente, non potrete raggiungerlo.
Esistono vari tipi di filtering che dipendono dalle politiche e dal grado di libertà dei paesi presi in esame. Ci sono paesi dove è “pervasiva”, in molti stati arabi ed est asiatici (ma anche dell’India). Altri paesi nei quali è meno invadente. Ci sono poi altri paesi dove, anche se non vi sono dati che la provano, la censura per via di filtro è fortemente sospettata dall’esperienza quotidiana degli utenti. Quali sono? La Russia, ma anche Israele. A stilare questi elenchi è l’organizzazione Open Net Initiative che ha di recente aggiornato il suo rapporto, che si chiama Access Denied ed è pubblicato dal Massachussetts Institute of Technology, non da un’organizzazione clandestina. Attenzione, qui la censura non riguarda solo i siti “stranieri”, ma tutto ciò che si produce all’interno. Ed è il caso in discussione in Italia in questi giorni.
Un ulteriore caso di filtering è quello che riguarda i motori di ricerca. Anche in questo caso nulla di tecnologico, ma si tratta di un provvedimento esterno che arriva dall’autorità giudiziaria. In Argentina una denuncia di Maradona ha proibito a siti o persone che non siano/appartengano a una testata registrata di parlare della vita e delle cose dell’ex stella del Napoli. E infine, i risultati dei motori di ricerca essendo la cosa più mutevole di questo mondo. Sta girando da ore in rete la denuncia che immagini e video relativi al ferimento di Milano siano difficili da ritrovare. Prove? Nessuna, se non l’esperienza stessa degli utenti, che non è poco.
Allo studio del Ministero dell’Interno, fino alle parole di Maroni, c’era anche una novità che riguardava i social network. Rispetto a queste pagine, la novità italiana è che si istituisce una relazione tra l’autorità giudiziaria (ma anche politica) e le “piattaforma” – nome gergale dei social network, dei motori e dei portali – per l’oscuramento di singole pagine, di interi dialoghi, di documenti video e audio. Anche questa è una forma di pressione “cinese”.
