10-02-2010

Il punto sul Decreto Romani

Ne abbiamo parlato tanto, ma vediamo cosa è successo al famigerato Decreto Romani. Come è noto le commissioni parlamentari competenti hanno dato il via libera al decreto legislativo che recepisce le nuove norme europee in materia di Internet e Tv, ma con la richiesta di numerose modifiche sostenute dalla stessa maggioranza, pur compatta nel voto. «Terremo conto in modo rigoroso delle osservazioni formulate», ha fatto sapere il viceministro alle Comunicazioni Paolo Romani, che lavorerà ora al testo definitivo da portare di nuovo in Consiglio dei ministri. L’opposizione però resta critica e torna a chiedere lo stralcio delle norme relative al web.
Pur con alcune differenze, i pareri approvati dalla commissione Lavori pubblici del Senato (nove pagine, relatore Alessio Butti, Pdl) e dalle commissioni Trasporti e Cultura della Camera (sempre nove pagine e ben 31 condizioni, relatori Deborah Bergamini e Giorgio Lainati, Pdl) dicono sì al provvedimento, ponendo però alcuni paletti e recepiscono diversi dei rilievi formulati nei giorni scorsi dal presidente dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, Corrado Calabrò, osservazioni che trovano oggi il pieno sostegno dal Consiglio dell’Agcom. Ecco i capitoli più importanti.
Il Web - Nessuna censura preventiva, ribadisce la maggioranza, che però definisce meglio i soggetti ai quali si applica la nuova disciplina. «I blog di video amatoriali, i giornali on line, i motori di ricerca, le versioni elettroniche delle riviste sono liberi – spiega Butti – e la responsabilità editoriale non ricade sui provider che ospitano contenuti realizzati da altri». Restano invece compresi nelle nuove norme i servizi di video on demand, con liste di contenuti che vengono sfruttati commercialmente, ma la dichiarazione di inizio di attività per la Tv via Web va indirizzata all’Autorità e non più al Ministero. «State tranquilli, il governo non vuole mettere il bavaglio alla rete» -commenta Romani. Critico Paolo Gentiloni (Pd): «Regna la confusione: si aggiungono varie definizioni che complicano le cose e non si cancella l’autorizzazione, pur trasferendola dal ministero all’Agcom».
Le quote per l’audiovisivo – La richiesta è di lasciare invariate le norme del Testo unico, con le quote di trasmissione (il 10% per le Tv private, il 20% per la Rai) e di investimento (il 10% dei ricavi per le private, il 15% per la Rai, in combinato disposto con il contratto di servizio) nel prodotto indipendente europeo e le sottoquote per il cinema italiano, nonché con i diritti residuali da corrispondere ai produttori.
La tutela dei minori – Si chiede di precisare il criterio di rispetto della dignità umana e l’intesa tra il Comitato Media e minori e l’Agcom nel definire la classificazione dei programmi per adulti. Ancora, il decreto deve estendere le tutele dei minori a tutte le piattaforme e prevedere un bollino che segnali i programmi a rischio all’inizio e nel corso della trasmissione. Quanto al product placement, la pubblicità di prodotto, si chiede di inserirla anche nei programmi sportivi e di affidarne l’attuazione all’autoregolamentazione. «Le modifiche – commenta Gentiloni - sono largamente insufficienti. Due nodi vengono completamente ignorati: la riduzione della pubblicità per Sky e il conteggio dei programmi per il tetto antitrust, entrambe misure a favore di Mediaset. “C’è stato un evidente tentativo di varare una riforma di sistema al di fuori delle aule parlamentari: questa forzatura è un dato negativo» – accusa dall’Udc Roberto Rao, mentre l’Idv insiste sull’assalto alla libertà della rete.
Inoltre, come ci informa www.key4biz, «dopo alcuni punti dedicati ad accogliere le richieste del mondo dell’emittenza locale, in particolare radiofonica, il testo stabilisce ancora che “il product placement venga inserito anche nei programmi sportivi” e che su questo fronte “spetti all’Autorità verificare che si applichi l’accordo di autoregolamentazione tra i broadcaster”. Infine viene tolto l’obbligo di rettifica per il Web».

Scritto da Simone Corami. nessun commento

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