Secondo il decreto Romani le web tv dovranno disporre sempre di autorizzazione ministeriale. Ciò renderebbe i provider responsabili dei vari contenuti sul proprio sito. Tale decreto ora è sottoposto ad analisi dalla Commissione Cultura e Trasporti, in particolare le norme riguardo i contenuti audiovisivi, in modo di porre le stesse regole applicate alla televisione anche ai contenuti web.
Nel caso il decreto entri in vigore per trasmettere contenuti web sarebbe quindi necessaria l’autorizzazione preventiva del Ministero, come ha spiegato ampliamente l’ex ministro Paolo Gentiloni, limitando di fatto le funzionalità stesse della rete internet. Marco Pacini di Google Italia spiega che: “sottoporre la televisione via Internet alle regole della televisione significa anche dare ai provider “le stesse responsabilità delle emittenti televisive, solo che queste si occupano direttamente dei contenuti, mentre YouTube si limita a mettere a disposizione le proprie piattaforme agli utenti“.
Dario Denni (segretario generale dell’Associazione italiana Internet Provider) afferma: “è come ritenere l’azienda che si occupa della manutenzione delle autostrade responsabile per quello che fanno coloro che guidano le automobili. Non ha senso”.
Qualcuno afferma che il decreto ha tre obiettivi. Il primo è cercare di ridurre la concorrenza di Sky attraverso il calo delle possibilità di avere inserzionisti pubblicitari. Quindi limitare la concorrenza attuale.
Il secondo è una cosa che potremmo chiamare conflitto d’interessi preventivo, ovvero portarsi avanti per schiacciare la concorrenza futura. Siccome Mediaset si sta buttando sull’Iptv ispirandosi a Hulu, allora ridurre il numero di video circolanti in Rete e prodotti dal basso, che possono costituire potenzialmente una significativa concorrenza sul Web alla Iptv di Mediaset, sarebbe molto positivo. Sempre per qualcuno solamente. Di qui l’obbligo per chiunque faccia web tv – anche dalla soffitta di casa – di chiedere l’autorizzazione al ministero e di sottostare a una montagna di altri obblighi burocratici.
Il terzo è, forse, il desiderio di un maggiore controllo sull’informazione al di fuori dei canali ufficiali. Sempre più cittadini – specie i più giovani – tendono a informarsi attraverso i contenuti di video e di testo che girano liquidamente dai blog ai social network, e tutto questo non è controllabile. Bisogna disincentivare il più possibile la produzione e la circolazione di video indipendenti, sicché si impongono non solo registrazioni di testate, ma anche punizioni per eventuali violazioni di copyright e obblighi di rettifica.
Ma queste sono solo ipotesi. Però di fatto c’è la mancanza di una conoscenza e di un riconoscimento dello specifico del web, come lo fu per la televisione anni or sono.
Youtube ed il decreto Romani « 17 gennaio 2010 - 01:06
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